Netflix ha scelto una data simbolica: il 3 ottobre 2025 è il giorno in cui Monster: La storia di Ed Gein fa il suo debutto globale, sbarcando sulla piattaforma con l’ottavo episodio di una saga che esplora le pieghe più oscure della criminalità americana.
Dal mito all’uomo
Ed Gein — “il macellaio di Plainfield” — non è un nome sconosciuto nel panorama horror o nel true crime: le sue atrocità ispirarono figure come Norman Bates, Leatherface o Buffalo Bill. In questa nuova stagione dell’antologia Monster, Creata da Ian Brennan (di fatto il primo capitolo senza Ryan Murphy alla guida), il profilo di Gein viene ripercorso in tutta la sua complessità psicologica.
Al centro della narrazione troviamo un uomo ossessionato dal proprio passato, imprigionato da una madre oppressiva, che nel corso della vita ha scavato tombe, rapito cadaveri e trasformato la morte in mito. La serie non limita il racconto ai delitti: costruisce una riflessione su come la cultura del “true crime” possa deformare la percezione della violenza, sul confine labile tra morbosità e indagine storica.
Il cast e la messa in scena
Charlie Hunnam assume il ruolo centrale del protagonista Gein, un’interpretazione fisica e psicologica impegnativa che lo ha condotto a perdere circa 13-14 kg per indossare il peso dell’abisso interiore del personaggio. Ai suoi lati troviamo attori di spessore come Laurie Metcalf nei panni della madre Augusta e Suzanna Son, Tom Hollander, Vicky Krieps e altri esponenti del panorama attoriale internazionale.
La serie è composta da 8 episodi e, contrariamente alle stagioni precedenti, si concentra su una sola figura — una mossa che intensifica la densità narrativa ma pone anche maggiori rischi in termini di coesione tematica.
Tra cronaca e finzione: i punti che dividono
Monster: La storia di Ed Gein non è una biografia perfetta: alimenta infatti numerose controversie sul confine tra documentazione storica e licenza narrativa. Alcune critiche si concentrano sulla rappresentazione di relazioni fittizie, profili psicologici esasperati e collegamenti discutibili a figure come Ted Bundy.
Per l’autore Harold Schechter, biografo di Gein, la serie include elementi inventati, come attività sessuali estreme o complici immaginari, che travisano la figura storica del criminale. Altri recensori lamentano una fascinazione che sfiora l’exploit narrativo, con uso eccessivo di sequenze shock e un commento meta che rischia di annacquare l’impatto emotivo.
Ma è proprio questa ambiguità tra reale e romanzato a costituire l’asse centrale dell’operazione: l’idea che i mostri nascano non come anomalie isolate, ma come creazione culturale, sociale e psicologica. Netflix stesso sintetizza: “monsters aren’t born, they’re made… by us.”
Perché vedere (e discutere) questa serie
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Monster propone un racconto viscerale e disturbante, che porta lo spettatore a guardare nel baratro della mente criminale con un approccio estetico e visivo forte.
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Il confronto con criticità storiche chiede che lo spettatore mantenga senso critico e sappia distinguere tra narrazione e verità verificabile.
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Il caso Gein, spesso ricordato solo come folklore dell’orrore, viene riaperto con nuove sfumature: i rapporti familiari, l’isolamento culturale, la simbiosi con l’immaginario horror.
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La discussione sull’etica del true crime è centrale: fino a che punto è lecito dramatizzare il dolore reale? Quando si cede allo spettacolo?
Noi di GoMagazine lo abbiamo visto per tutti voi e non possiamo non consigliarlo.

