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“Decine di chat provano il bullismo”: la tragedia che non va ignorata

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È una storia che lascia senza parole, eppure sta accadendo. Paolo, un ragazzo di 14 anni di Santi Cosma e Damiano, ha scelto di togliersi la vita dopo anni di prese in giro, umiliazioni e vessazioni. Il suo dolore era diventato invincibile, anche se intorno a lui c’erano segnali, chat, quaderni pieni di note, richieste implicite d’aiuto.

Secondo le testimonianze, il bullismo contro di lui non era iniziato ieri: le offese per la sua statura, il fisico esile, i capelli lunghi e biondi, sono diventate una costante sin dalle elementari. Poi le medie, e infine il liceo. Perché il bullismo si costruisce col tempo, pezzo dopo pezzo, come un muro che schiaccia lentamente la vittima.

Perché alcuni bambini trattano male gli altri: la psicologia dietro il gesto

Non è crudeltà gratuita. Dietro al bullo spesso c’è un bisogno: di essere accettati, di non sentirsi inferiori. Spesso la persona che prevarica soffre di insicurezze che non sa esprimere in altro modo. Lo studioso della psicologia del bullismo spiega che queste dinamiche sono caratterizzate da:

  • Asimmetria: il bullo si sente forte, o crede di esserlo, contro qualcuno ritenuto “debole”.
  • Persistenza: non è un solo episodio, ma una lunga catena di azioni che feriscono.
  • Intenzionalità: l’obiettivo è far male, anche senza sempre capire quanto profondo possa essere il danno emotivo.

Il bullismo psicologico, le esclusioni, le parole cattive, gli insulti, le chat piene di scherno, diventano ferite. E le ferite non visibili sono spesso quelle più difficili da curare.

La scuola: può fare molto, ma spesso non basta

Paolo frequentava una scuola che, dicono le autorità, aveva “sportelli d’ascolto”, progetti contro bullismo e psicologi a disposizione. Eppure, la famiglia sostiene che mai è partito l’iter ufficiale per proteggerlo davvero. Gli insegnanti, dicono, annotavano, a volte intervenivano, ma non sempre hanno segnalato formalmente.

Questo solleva delle domande: le scuole hanno protocolli efficaci? Gli insegnanti sono formati per riconoscere i segnali precoci? C’è chiarezza su cosa fare quando arrivano le segnalazioni?

In Italia esistono leggi recenti (come la legge n. 70 del 2024 che rafforza la legislazione su bullismo e cyberbullismo) che impongono alle scuole di avere un referente per il bullismo, codici interni, attività educative dedicate e procedure per segnalare e intervenire.

Ma sapere che queste regole esistono non basta: serve che vengano messe in pratica. Serve che la scuola non sia solo luogo fisico, ma ambiente sensibilizzato, formato, responsabile.

Il ruolo (a volte silenzioso) degli adulti

Forse la parte più dolorosa della vicenda è un’altra: molti genitori di chi sta subendo bullismo non sanno, non vedono, o non credono subito alla gravità del problema. I genitori dei bulli spesso ignorano o minimizzano i comportamenti sbagliati dei propri figli; quelli delle vittime spesso scoprono troppo tardi.

Gli adulti (genitori, insegnanti, dirigenti) hanno la responsabilità non solo di intervenire quando si scopre, ma di educare prima. Di insegnare rispetto, empatia, e l’importanza della diversità. Di non voltarsi dall’altra parte.

Perché senza un sostegno forte da casa, senza dialogo, senza che i comportamenti scorretti siano riconosciuti e corretti, un giovane può sentirsi solo, rassegnato, senza vie d’uscita.

Perché questa storia deve farci riflettere

Paolo non è solo un tragico caso di cronaca: è un sintomo di un sistema che ancora non riesce ad amare abbastanza. È una testimonianza potente che quando un giovane dice che soffre – nelle chat, a scuola, a casa – non possiamo ignorarlo.

Serve una cultura che insegni che fare del male non è mai “solo uno scherzo”. Serve, per tutti, che i genitori non pensino “tanto poi passa”. Serve che la scuola sia sempre parte attiva, che non aspetti: segnali, protocolli, interventi concreti.

Perché ogni bambino merita di sognare, immaginare un futuro migliore, non di dover lottare per sopravvivere al presente.


Invito alla riflessione

Non chiudiamo questo articolo pensando che siamo al sicuro. Interroghiamoci: cosa posso fare io come genitore? Come insegnante? Come dirigente?

Parliamone. Diffondiamo. Non solo per Paolo, ma per tutti i ragazzi che stanno seduti davanti a uno schermo, leggendo chat che li feriscono. Non sia mai che il silenzio sia l’ultima parola.

Di Terracciano Alessandro, articolista ed editore di GoMagazine.it

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