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PINK FLOYD – Un viaggio lungo quattro decadi.

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Pochi sono i gruppi che, nella storia della musica rock, hanno avuto un impatto e delle influenze profonde quanto i Pink Floyd. Persino gli ipertecnici Dream Theater, nel 2005, sentono l’esigenza di tributare un doveroso omaggio al masterpiece floydiano “The Dark Side of the Moon”, eseguendolo integralmente dal vivo ed accantonando, per un attimo, tempi dispari e strutture melodiche che definire “complesse” è eufemistico. Profonda è l’influenza del “Pink Floyd sound” sulle sonorità di uno dei gruppi progressive di maggior spicco degli anni ’90 e 2000, i Porcupine Tree di Steven Wilson. Per non parlare del chitarrismo a forti tinte floydiane di Steven Rothery, solista di quei Marillion alfieri del neoprogressive degli anni ’80 e ’90. E l’elenco potrebbe continuare.

Tra i pochi gruppi comparabili per influenze ai Pink Floyd, ancor meno sono quelli che hanno attraversato indenni ben quattro decadi, incuranti dei cambiamenti nel tessuto sociale e nella percezione della musica al contorno. E tra questi pochi “eletti”, sulle dita di una mano si contano quelli che hanno avuto un “marchio di fabbrica” immediatamente riconoscibile come il sound dei Pink Floyd, anche senza necessità di ascoltare le prime note cantate (si pensi, per fare un paio di nomi, a quanto profondamente caratterizzanti siano stati lo stile ed il timbro vocale di Freddie Mercury per il sound dei Queen e di Robert Plant per quello dei Led Zeppelin). I Pink Floyd no. Basta ascoltare poche note ed un’entrata di batteria per affermare, con matematica precisione: “Sono loro!”

Ed allora, è giusto, forse addirittura doveroso iniziare da loro questo viaggio nella musica rock qui sulle pagine di GoMagazine.

1. Gli inizi e la psichedelia.

E’ nella Londra del 1966, del flower power, dell’espansione artificiale della mente e dei sensi che il “viaggio” (mai termine fu più appropriato) dei Pink Floyd ha inizio. A guidarli, una personalità magnetica e profondamente carismatica: Roger Keith “Syd” Barrett, il “diamante pazzo” cui i suoi compagni dedicheranno il giusto tributo nove anni più tardi, nel 1975. Con lui, chitarra e voce solista, ci sono Roger Waters a voce e basso, Richard Wright a voce e tastiere e Nick Mason alla batteria. Barrett compone otto degli undici brani del primo, leggendario disco dei Floyd, “The Piper at the Gates of Dawn” (1967). Le sonorità dell’album sono la base perfetta per la lisergica espansione sensoriale che caratterizzava quegli anni. Ma Barrett non regge. Molti sottolineano la sua eccessiva dipendenza dall’LSD, pochi la sua sensibilità (artistica e non) fuori dal comune. Barrett crolla. Mentalmente ed emotivamente. E i compagni comprendono che sarebbe stato impossibile iniziare senza di lui, ma altrettanto impossibile continuare con lui.

Viene reclutato un nuovo chitarrista, che contribuirà a rendere il sound dei Pink Floyd unico e immediatamente riconoscibile: David Gilmour. La formazione a cinque, che ha breve durata, entra in studio per il secondo album, “A Saucerful of Secrets” (1968), se possibile con sonorità ancora più psichedeliche del precedente. E’ nell’ultima traccia dell’album che Barrett lascia il suo testamento artistico e l’estrema autodiagnosi del proprio crollo emotivo e mentale. E’ terribilmente cortese da parte vostra pensare che io sia qui. E vi sono profondamente grato per aver chiarito che, in realtà, io non sono qui“. Inizia così “Jugband Blues”, ultima composizione di Barrett per i Pink Floyd.

“A Saucerful of Secrets” decreta le prime avvisaglie della futura leadership di Roger Waters, che firma tre brani su sette, mentre due sono firmati da Richard Wright, che cederà però ben presto alla straripante personalità di Waters. Gilmour entra in punta di piedi, mentre Mason inizia ad assolvere il fondamentale ruolo di collante in un gruppo dalle personalità forti e spesso in contrasto tra loro, ruolo che assolverà lungo tutta la quarantennale storia della band, non sempre, purtroppo, con successo.

Ad “A Saucerful of Secrets” segue “More” (1969), colonna sonora dell’omonimo film di Barbet Schroeder, che contiene perle di rara bellezza come “Cymbaline” e “Green Is the Colour”. Il suono si fa più bucolico e rappresenta una parentesi nella produzione a forti tinte lisergiche dei Floyd dei primi anni. Tinte che ritorneranno forti nel successivo doppio “Ummagumma” (1969). Pur rinnegato soprattutto da Waters, “Ummagumma” è pietra miliare nell’evoluzione e nella discografia dei Floyd. Il primo disco, registrato dal vivo, è testimonianza unica dell’abilità della band nel dilatare con lunghe improvvisazione psichedeliche brani originariamente di pochi minuti (come la barrettiana “Astronomy Domine”), mentre il disco-2 è suddiviso in quattro parti, ognuna composta e suonata interamente da un componente, dando libero sfogo alle proprie sensibilità ed influenze artistiche.

Ma intanto qualcosa sta cambiando. Lentamente, la swinging London svanisce e con essa la psichedelia, mentre va affermandosi il genere che dominerà incontrastato tre quarti degli anni ’70: il progressive rock. Feroci sono state le discussioni sul fatto che i Pink Floyd degli anni ’70 possano o meno considerarsi un gruppo progressive. Del progressive, i Pink Floyd hanno certamente il costante ricorso alla “suite”, in cui più “movimenti” vengono legati a formare brani di durata superiore ai dieci o, in qualche caso, ai venti minuti. Del progressive, e forse più del progressive “classico”, i Floyd hanno la continua e costante ricerca sonora, che diventerà quasi maniacale con il passar del tempo. Ma del progressive, i Floyd non hanno i virtuosismi tecnici, il frequente ricorso a tempi dispari, i testi visionari e spesso slegati dalla realtà. Ma le etichette, tutto sommato, non ci sono mai piaciute.

2. La transizione e il progressive rock.

Fatto sta che i Pink Floyd propongono, in rapida successione, “Atom Heart Mother” (1970) e “Meddle” (1971), album entrambi caratterizzati da una “suite”: la title-track nel primo e la leggendaria “Echoes” nel secondo, che non pochi considerano il brano più straordinario partorito dalla creatività dei Floyd. La sua esecuzione dal vivo, nel silenzio magico delle rovine dell’Anfiteatro romano di Pompei (“Pink Floyd live at Pompeii”, 1972) è giustamente da annoverarsi tra le “testate d’angolo” della musica di quegli anni e del rock tutto.  “Atom Heart Mother”, invece, fa suo un altro elemento proprio di gran parte del progressive rock: il legame profondo con la musica sinfonica classica, che porta i Floyd a fondere il loro rock con le sonorità di un’orchestra di quaranta elementi.

Ma il capolavoro assoluto è nell’aria, sta lentamente prendendo forma, così come la piena maturità compositiva dei Floyd. Se ne intravede appena il germe nel successivo “Obscured by Clouds” (1972), altra colonna sonora per il regista Barbet Schroeder. Un album che molti considerano trascurabile, ma che segna il primo passaggio alle sonorità del successivo “disco perfetto”, che vedrà la luce di lì a un anno. “Obscured by Clouds” è l’ultimo album in cui sono presenti testi composti da Wright e Gilmour. Da lì in poi, Roger Waters sarà l’unico paroliere del gruppo. Ed è proprio in un brano di “Obscured by Clouds” (“Free Four”) che inizia ad affiorare quello che sarà uno dei temi centrali della produzione testuale di Waters: l’odio feroce verso quella guerra e quel potere politico-economico che gli strapparono suo padre, Eric Fletcher Waters, sulle spiagge di Anzio, durante il Secondo Conflitto Mondiale, quando Roger era ancora in fasce.

3. L’era delle pietre miliari

1 Marzo 1973. Sugli scaffali dei negozi di dischi degli Stati Uniti compare una delle immagini più iconiche della storia del rock: un prisma su sfondo nero che scompone la luce bianca nei colori primari. E’ la copertina di “The Dark Side of the Moon”, il “disco perfetto”. Nove giorni dopo, nasceva chi vi scrive. Mi perdonerete la breve digressione, ma è coincidenza di cui vado particolarmente fiero. “The Dark Side of the Moon” viene pubblicato in Inghilterra il 23 Marzo. Nel marzo 2014 raggiunge le 1100 settimane di permanenza nella classifica US Top Catalog e vende oltre 50 milioni di copie.

Non basterebbero cento articoli per parlare della perfezione di “The Dark Side of the Moon”. Il lato oscuro della Luna è metafora della follia della mente umana, spesso condottavi dalla percezione del tempo che passa (“E poi un giorno scopri che dieci anni ti sono alle spalle / Nessuno ti ha detto quando correre / E tu hai perso il colpo di pistola della partenza”), dal pensiero della morte (“Ed io non ho paura di morire / In qualunque momento accada, non importa / Perché dovrei aver paura di morire? / Non ce n’è ragione, devi andartene prima o poi”), dal tintinnio dei soldi (“Auto nuova, caviale, sogno a quattro stelle ad occhi aperti  / Penso che mi comprerò una squadra di calcio), dalla cieca spietatezza di guerrafondai, politici e armatori (“Avanti!” / Egli gridò / E l’avanguardia moriva / E il Generale stava seduto / E le linee sulla mappa si muovevano da una parte all’altra”). Ma un passaggio del testo del brano “Brain Damage”, penultima traccia dell’album, appare particolarmente significativo: “E se la tua band inizia a suonare accordi dissonanti, allora ci incontreremo sul lato oscuro della Luna”. Sei anni prima, un chitarrista, ormai sul suo personalissimo lato oscuro della Luna, eseguiva davvero accordi dissonanti da quelli del resto della band. Quel chitarrista era Syd Barrett.

Il successo planetario svuota completamente di energie, motivazioni e creatività i Pink Floyd. I quattro si ritrovano in studio, incerti su quale direzione prendere. E sono le emozioni ad indicargliela. Una più di tutte: l’assenza. E l’assenza, ancora una volta, è quella di Syd. Richard Wright e David Gilmour compongono l’intro del più struggente tributo che una band abbia mai dedicato a un suo membro: “Shine On You Crazy Diamond”. E Syd arriva davvero. Irriconoscibile. Grasso, matto, calvo e con due buste della spesa in mano. E con uno sguardo negli occhi come buchi neri nel cielo. “Sono qui per fare la mia parte”, pare che abbia detto in sala d’incisione prima di sparire nuovamente nel silenzio della sua casa di Cambridge, lasciando Roger Waters, che inizialmente non l’aveva neppure riconosciuto, in lacrime. L’intero album “Wish You Were Here” (“Vorrei che tu fossi qui”, 1975), nonostante le smentite di Waters, riporta continuamente alla mente Syd. “Welcome to the Machine” e “Have a Cigar”, in particolare, riportano al rapporto della sua anima sensibile con la famelica e spietata industria discografica. La title-track, a firma Waters-Gilmour, gli ricorda che “siamo solo due anime perdute che nuotano nella vaschetta dei pesci, anno dopo anno. Correndo sullo stesso, vecchio terreno, che cosa abbiamo trovato? Le stesse antiche paure. Vorrei che tu fossi qui”

Ma un altro cambiamento musicale e sociale è dietro l’angolo ed è un cambiamento che lascia poco spazio ai bei sentimenti. In Inghilterra esplode il punk. L’espansione dei sensi, prima appannaggio dell’LSD, ora viaggia sulle ali dell’eroina. Il punk si scaglia con violenza dissacrante contro ogni cosa e la musica non fa eccezione. Basta con lunghi brani melodici. Il suono delle chitarre mal distorte accompagna pezzi di due o tre minuti, suonati a velocità supersonica su una base di tre o quattro accordi. I ragazzi con le creste ostentano t-shirt con su scritto “Io odio i Pink Floyd”. E’ forse la percezione di questa violenta rivolta giovanile a portare Roger Waters a comporre uno dei dischi più “cattivi” e splendidi dei Pink Floyd: “Animals”. Siamo nel 1977. Waters compone quasi interamente l’album, eccezion fatta per la superba “Dogs”, suite scritta a quattro mani con David Gilmour. L’umanità, con visione orwelliana, viene suddivisa nelle tre categorie di cani, porci e  pecore. Il tutto contornato dallo splendido contrasto con l’acustico delle due parti di “Pigs on the Wing” che aprono e chiudono l’album.

Waters è ormai leader incontrastato della band. L’unico ad offrire ancora un limitato, seppur splendido contributo creativo è David Gilmour, mentre Richard Wright si allontana sempre più dalla band, fino ad esserne defenestrato da Roger Waters. E’ in questo clima che nasce il mastodontico capolavoro “The Wall” (1979), a ragione considerato uno dei più grandi dischi di tutti i tempi. “The Wall” contiene, tra numerose altre autentiche perle, una delle composizioni più iconiche ed amate della storia del rock: quella “Comfortably Numb” in cui David Gilmour compone ed esegue uno degli assolo più belli mai composti. Ed è singolare che, all’inizio, proprio Gilmour non fosse granché convinto della bontà della sua composizione e solo l’autoritario intervento di Waters (come ormai da tempo, autore del testo) lo convinse che aveva appena “inventato” un qualcosa che, come la storia avrebbe decretato, sarebbe stato consegnato all’immortalità.

“The Wall” narra la storia di una rockstar, Pink, che progressivamente abbrutito dal contatto con un pubblico sempre più numeroso ma sempre meno incline alle emozioni, si trasforma in uno spietato gerarca nazista, fino a ritrovare sé stesso al termine di un immaginario processo giudiziario in cui tutti coloro che hanno contribuito alla sua autodistruzione si alternano al banco dei testimoni: una madre oppressiva, un maestro represso e violento, una moglie fedifraga. “Il muro” è ciò separa ognuno di noi dai nostri simili. “Ma tu, amico mio, hai rivelato la più profonda delle tue paure. La mia sentenza è che tu sia esposto ai tuoi simili. Che il muro sia abbattuto!”, decreta il giudice.

4. Il “taglio finale” e le aule dei tribunali

Con i Pink Floyd ridotti a un trio, Waters compone interamente “The Final Cut” (1983). Per un uomo a cui la guerra ha strappato suo padre quando era ancora in fasce, il conflitto anglo-argentino per le Falkland/Malvinas è un colpo troppo duro da superare. “The Final Cut” è disco profondamente antimilitarista, in cui la chitarra di Gilmour regala alcuni tra i suoi assoli più belli.

La storia dei Pink Floyd rischia di chiudersi qui. Roger Waters dichiara alla stampa che “i Pink Floyd sono ormai una spenta forza creativa” e decide unilateralmente lo scioglimento del gruppo. Gilmour e Mason, unitamente a Wright, dissentono e portano la questione in tribunale. Sono anni bui, che lasciano una macchia indelebile sulla leggenda dei Pink Floyd. Alla fine, il giudice (quello vero) dà torto a Roger Waters: Gilmour, Mason e Wright potranno utilizzare con pieno diritto il nome “Pink Floyd”.

5. L’era-Gilmour. Epilogo.

David Gilmour diviene leader incontrastato della band. Richard Wright compare come turnista in “A Momentary Lapse of Reason” (1987) e come membro effettivo della band in “The Division Bell” (1994). Nick Mason resta l’unico membro ad aver sempre fatto parte dei Pink Floyd.

Il sound dell’era-Gilmour è più melodico. Vengono reclutati musicisti di altissima levatura per supportare i tre “superstiti”. Nascono brani straordinari come “Sorrow” e, soprattutto, “High Hopes”. Ma il sentore che, in fondo, Roger Waters un briciolo di ragione ce l’avesse, purtroppo resta.

Questa storia giunge alla conclusione e finisce con una dedica che è parte integrante della storia stessa: il 15 settembre 2008 muore Richard Wright, l’animo gentile dei Pink Floyd. L’animo gentile del mattone, forse, più importante nel muro della storia del rock. A Richard è dedicato questo articolo.

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PINK FLOYD - Un viaggio lungo quattro decadi.
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PINK FLOYD - Un viaggio lungo quattro decadi.
Descrizione
Una appassionata panoramica sulla leggendaria storia dei Pink Floyd, dagli anni della psichedelia attraverso la leadership di Roger Waters fino alla conclusiva "era-Gilmour".
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