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GENESIS – Un alieno alla caccia alla volpe

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digital agency Whooho!

Ci eravamo lasciati con la nascita di un amore. Un amore tra cinque ragazzotti british poco più che ventenni ed un Paese dalla storia millenaria, in cui la musica, nelle sue varie forme ed espressioni, è stata, forse, più profondamente radicata nel tessuto sociale e nel fluire quotidiano della vita che in qualsiasi altro Paese al mondo. Quei ragazzotti, di professione musicisti, erano i Genesis. Il Paese era l’Italia. Siamo nel 1971. Nursery Cryme, terzo album dei Genesis, pressoché ignorato nella natia Gran Bretagna, sfonda nel nostro Paese. Le classifiche lo vedono risalire fino al quarto posto, accanto a nomi da far tremare le vene e i polsi: Van Der Graaf Generator, Premiata Forneria Marconi, Emerson Lake & Palmer. E’ tempo, per i Genesis, di iniziare un nuovo tour, il primo nel Bel Paese. Ed è nel Bel Paese che iniziano a germogliare i semi del nuovo album, da molti considerato il loro capolavoro, da tutti considerato pietra miliare del progressive rock. Sta nascendo Foxtrot.

1. Un extraterrestre a Napoli

19 Aprile 1972. Il Teatro Mediterraneo di Napoli, quartiere Fuorigrotta, ospita i due concerti conclusivi del tour promozionale di Nursery Cryme. Con i membri stanchi ed irritabili per il massacrante tour prossimo alla conclusione, la band si divide per un giorno. Phil Collins, Steve Hackett e Peter Gabriel si fiondano ad Edenlandia, il parco divertimenti quasi di fronte all’Hotel Domitiana, dove i Genesis alloggiano, per sfogare le tensioni di un lungo tour; Mike Rutherford e Tony Banks restano a godersi il sole di quella calda giornata di primavera sul tetto dell’Hotel. Era un periodo di intense letture per i due. Rutherford, in particolare, era rimasto folgorato da un libro di fantascienza intitolato Childhood’s End di Arthur Clarke. Fu così che, affacciandosi dal tetto dell’Hotel, il bassista e il tastierista furono colpiti da una Napoli quasi completamente deserta (ai tempi, l’oggi vitalissimo e caotico quartiere di Fuorigrotta era praticamente periferia), che, nella suggestione creata dal romanzo di Clarke, suggerisce loro l’idea di un essere alieno che, atterrando sulla Terra, la trova completamente deserta (Creature viventi plasmarono il suolo di questo pianeta / Ora il loro regno è giunto alla fine / La vita ha di nuovo distrutto la vita? / Giocano, forse, essi altrove? /Hanno forse imparato qualcosa di più / Dei loro giochi di infanzia? / Forse la lucertola ha perso la sua coda / Questa è la fine / Della lunga unione tra l’uomo e la Terra). Ad un immaginario interlocutore che fa ironicamente notare lo stato di malinconico abbandono del pianeta un tempo abitato da una civiltà la cui grandezza è tutta da dimostrare, l’essere alieno risponde Non giudicare questo regno dalle sue vuote rovine /Giudichi forse Dio dalle sue creature quando queste sono morte?

Il testo firmato da Mike Rutherford e Tony Banks è lo straordinario completamento di un brano eseguito per la prima volta nella sua interezza sette giorni prima, nel soundcheck del concerto di Reggio Emilia. Il brano si apre con un tappeto di mellotron, a firma ovviamente Tony Banks, tra i più belli nella storia del prog-rock. Hackett ricorda di aver ascoltato quell’introduzione dal bagno del Palazzetto dello Sport dove si trovava e di aver sentito l’intera struttura tremare alla potenza delle note di Banks. Era nato Watcher of the Skies, il brano che avrebbe aperto Foxtrot, che sarebbe stato pubblicato cinque mesi e mezzo più tardi, nell’ottobre 1972.

Gabriel interpreta il testo di Tony e Mike sfoggiando uno dei suoi costumi più iconici: l’alieno protagonista della narrazione ha ali di pipistrello dietro la testa, occhi cerchiati di luminol fluorescente e un mantello multicolore. Phil Collins crea una ritmica di straordinaria complessità che lo costringe (caso forse unico nella storia dei Genesis) a lasciare temporaneamente il ruolo di seconda voce a Mike Rutherford. Lo stesso Rutherford inventa una linea di basso straordinaria, di certo tra le sue più belle. Ma sono indiscutibilmente le tastiere di Tony Banks a fare la parte del leone, non soltanto per l’intro da brividi, ma anche per lo straordinario finale ed il tappeto continuo che si snoda lungo tutti gli 8 minuti del brano.

2. Tavoli di quercia, dame e cavalieri

La magniloquente introduzione di Watcher of the Skies lascia il posto ad un brano dalle atmosfere intime, in massima parte basate sui delicati arpeggi pianistici di Tony Banks. Time Table è la seconda, bellissima traccia di Foxtrot. Pacata, tranquilla, di grande poesia e pathos, con delicati incrementi delle dinamiche del brano che, mai, però ne intaccano il fluire tranquillo. Collins accarezza da par suo le pelli e i piatti del suo drum-set, con delicatezza.

Il testo è di incerta paternità: lo stile lineare sembrerebbe quello tipico di Mike Rutherford, eppure molti lo ascrivono alla creatività di Tony Banks. Indipendentemente da ciò, il brano ci trasporta in un tempo lontano di dame e cavalieri, le cui storie vengono raccontate da un antico tavolo di quercia intagliato, la Time Table (tavolo del tempo, appunto), che ha assistito, immobile e silente, a quelle epiche e leggendarie gesta d’onore. Gabriel interpreta il testo con la consueta maestria, con voce calda, roca, spesso sussurrata, ma pronta ad infiammarsi pacatamente negli aumenti di dinamica. Hackett si limita ad un oscuro e delicato lavoro di cesellatura, confermando l’infinito buon gusto del chitarrista, che mai va ad appesantire i brani, sovrapponendosi agli intarsi tastieristici di Tony Banks: sarà questo un tratto distintivo dello stile hackettiano nei Genesis,  in stridente contrasto, ad esempio, con la coppia Howe-Wakeman degli Yes, che pure consentirà al chitarrista di ritagliarsi ampi spazi di leggendari assolo o meravigliose e virtuose melodie sulle chitarre a 6 o 12 corde.

3. Buttali fuori di Venerdì!

O la ami o la odi. Parliamo della terza traccia di Foxtrot, Get’Em Out by Friday. Ci ho impiegato quasi trent’anni per apprezzarla, lo confesso. Poi, all’improvviso, una sorta di interruttore è scattato nella mia testa. E ho compreso, d’improvviso, l’assoluta genialità di questo brano. Quei continui cambi di dinamica, sonorità e atmosfera, che un tempo mi apparivano eccessivi persino per un brano prog, rendendomi difficile “stare sul pezzo”, d’un tratto mi sono apparsi tutti assolutamente funzionali, perfettamente calati nella storia narrata dal testo di Peter Gabriel, mai casuali, messi esattamente dove dovevano essere. Ogni tessera andava al suo posto!

Get’em Out by Friday rappresenta la naturale evoluzione ed implementazione della “storiella” gabrielliana iniziata sul precedente Nursery Cryme con la breve ma intensissima Harold the Barrel. Gabriel dà nuovamente vita ad una pletora di personaggi attingendo a piene mani dal suo stupefacente registro di timbri, toni e accenti. L’evoluzione toccherà il suo apice nel successivo Selling England by the Pound con la monumentale The Battle of Epping Forest. Ma questa è un’altra storia.

4. Vichinghi e chitarre.

“Finalmente Steve!”. Potrebbe essere questo il sottotitolo di quel capolavoro assoluto che è Can-Utility and the Coastliners. Hackett, che era stato fondamentale ma ancora complessivamente timido nel precedente Nursery Cryme, si scrolla qui finalmente di dosso l’etichetta di “quello nuovo”. Definitivamente. Compone in autonomia un testo che, in quanto a bellezza ed enigmaticità, poco ha da invidiare a quelli di Gabriel, a cominciare dall’intraducibile titolo (qualcuno vede in “Can-Utility” un’assonanza con Canute, leggendario Re dei Vichinghi invasori dell’arcipelago britannico durante il Medioevo). Crea, inoltre, una musica straordinaria, in parte sulla chitarra 12-corde (nella parte iniziale), quasi ad allontanare definitivamente l’ingombrante fantasma di quell’Anthony Phillips, che della 12-corde era stato maestro e innovatore; e in parte sull’elettrica, componendo un assolo che straborda di idee innovative.

Su queste basi, è semplice per gli altri componenti fornire un apporto straordinario sul finale del brano: i pedali basso di Rutherford fanno vibrare i subwoofer e le corde emotive di casse e persone rispettivamente, rendendo piena e potente l’atmosfera della magnifica sezione finale; Gabriel interpreta il testo da par suo, con voce ora suadente e arrochita, ora urlata; Banks inframmezza la chitarra dominante di Hackett con arpeggi e solo di organo (per una volta, i ruoli dei due si invertono); Collins crea una ritmica briosa e swingata, irregolare in alcuni passaggi. Nel complesso, Can-Utility and the Coastliners è uno “zip-file”, un file compresso dove tutta questa creatività fatica a star dentro a cinque minuti e quaranta di pezzo. Eppure ci sta benissimo. Il Lato A di Foxtrot non poteva chiudersi meglio.

5. Orizzonti a sei corde.

Ma Hackett deve aver pensato che se era arrivato il momento di affermarsi, bisognava farlo con tutti i crismi. Non solo la maggior parte della magnifica Can-Utility and the Coastliners, dunque. Hackett riesce a ritagliarsi anche due minuti tutti per lui in apertura del Lato B dell’album, che si apre quindi con un meraviglioso bozzetto per sola chitarra acustica a 6 corde, che è tra i momenti più intensi dell’intera produzione dei Genesis. Hackett intitola la sua composizione Horizons e davvero riesce ad evocare orizzonti sconfinati quando passa dallo “stoppato” introduttivo delle 6 corde ad un arpeggio aperto, sognante, evocativo, come un fiume che sfocia in un lago e che accompagnerà costantemente anche le future esibizioni live del chitarrista. Horizons è come un delicato sorbetto al limone in un pranzo di gala: pulisce la bocca, prima della portata di carne principale. Perché, dopo neppure due minuti, Horizons lascerà spazio alla più titanica delle composizioni dei Genesis, la suite per antonomasia del progressive rock: “Supper’s Ready”.

6. La cena dell’Onnipotente.

Non basterebbe un libro per parlare di Supper’s Ready. Figuriamoci un articolo o una parte di articolo. È indiscutibile che gli oltre ventiquattro minuti di Supper’s Ready siano la “summa” della “suite” progressive rock, di questi brani lunghissimi derivanti dalla fusione/giustapposizione di numerosi frammenti musicali di più breve durata. Molte altre leggendarie suite sono state proposte dai grandi del prog-rock, da Tarkus di Emerson Lake & Palmer a Thick as a Brick dei Jethro Tull, da Lizard dei King Crimson alle numerose suite della discografia degli Yes. Eppure, poche o nessuna hanno la fluidità, il pathos, la potenza, l’evocatività di Supper’s Ready.

Musicalmente, in Supper’s Ready ci si ritrova di tutto: chitarre elettriche effettate a richiamare trombe di eserciti o di angeli che si stagliano nel cielo; ritmiche di batteria in 9/8 su chitarre e tastiere che restano in 4/4; arpeggi delicati di una, due, tre chitarre, che siano elettriche, a 6 o a 12 corde, a creare intarsi degni dei ricami delle più raffinate scuole di cucito; arpeggi o tappeti d’organo o mellotron a rimarcare le diverse dinamiche del brano.

E poi, il testo di Gabriel. La lotta tra il bene e il male descritta dalle parole di una coppia di innamorati che si trova catapultata in una dimensione parallela, dove assisteranno all’offensiva delle truppe dell’oscuro Uomo che Garantisce il Santuario Eterno (chi mai potrebbe essere, se non l’infido angelo caduto dal cielo all’inizio dei tempi?), alla trasformazione in fiore di un Narciso ormai reietto, fino a fattorie immaginarie dove tutto cambia e si trasforma con un fischio. Prima dell’Apocalisse. Si, perché è la magniloquente Apocalypse in 9/8 il cuore della immensa Supper’s Ready. Apocalypse in 9/8 nasce da una improvvisazione di Banks, Rutherford e Collins. “Fu emozionante”, racconta Collins, “perché nessuno di noi tre sapeva dove volessero andare a parare gli altri due”. Gabriel, dal vivo, interpreta questa sezione della suite travestito da Magog, uno dei travestimenti più amati dai fans. Ma a fine sezione, si libera del mantello nero di Magog per apparire interamente vestito di bianco: l’Apocalisse è finita, il bene ha trionfato. Un angelo si staglia nel cielo ed annuncia con voce tonante che la Cena dell’Onnipotente è pronta. “Supper’s Ready!“. E sarà Lui, l’Onnipotente, a condurre i suoi figli a casa, nella Nuova Gerusalemme.

Cosa si può aggiungere di più a tutto questo? Quali altre parole non sembrerebbero inadeguate alla descrizione di uno dei più grandi album di sempre? Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, i Genesis non hanno ancora dato il meglio di sé. Di lì a un anno, Cavalieri illuminati dalla Luna mostreranno un’Inghilterra venduta un tanto al chilo. E sarà leggenda.

 

Ringraziamenti

Un sincero ed affettuoso grazie ad Am.Alfi (al secolo, Amleto Alfinito) per le sempre emozionanti e costruttive chiacchierate sui nostri Genesis.

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GENESIS - Un alieno alla caccia alla volpe
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GENESIS - Un alieno alla caccia alla volpe
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Un'analisi appassionata, tra aneddoti e curiosità, di Foxtrot, straordinario quarto album dei Genesis.
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